Crisi finanziarie e compensi dei CEO: Ogni cinque anni la storia si ripete

ritratto di Michele Appendino

Evaporata l'euforia di fine millennio, l'inizio degli anni 2000 e' stato caratterizzato da un susseguirsi di crisi economico-finanziarie piuttosto marcate: prima lo scoppio della "bolla" della New Economy, poi il crollo delle Torri Gemelle e il conseguente collasso dei mercati, in seguito i clamorosi scandali Enron, Worldcom e, da noi, Parmalat. Sono passati meno di cinque anni dalla ripresa dei mercati finanziari ed eccoci di fronte ad una nuova crisi mondiale, dovuta questa volta ai cosiddetti "mutui subprime", che sta avendo forti ripercussioni sui mercati finanziari e sulla crescita economica globale.

Tra i numerosi elementi che hanno contribuito al tracollo, uno spicca sugli altri: le robuste buonuscite incassate dal top management di aziende che hanno avuto un ruolo attivo nella crisi. Gia’ in passato, nel tentativo di evitare la ripetizione di questi eventi in futuro, i governi hanno inasprito le leggi, introducendo regolamentazioni molto complesse ma poco efficaci: non sarebbe invece stato meglio rivedere il sistema retributivo e i meccanismi di premio dei CEO delle aziende?

Per cercare di evitare il ripetersi dei devastanti episodi accaduti dopo l'anno 2000 sono state emanate leggi molto restrittive sulla corporate governance: dalla Sarbanes Oaxley negli USA , alla nostra legge 231 o alla direttiva Mifid europea.

Nonostante questo, ora scopriamo che grandi istituzioni finanziarie internazionali avevano bilanci non trasparenti e, ad oggi, non e' ancora nota l'entita' delle possibili perdite generate dalla cattiva gestione.

Come e' possibile? Le varie leggi e i controllori a cosa sono serviti?

La crisi di alcune istituzioni finanziarie ha comportato cambi di vertice sia in Europa che negli USA. I vari CEO sono pero' stati liquidati con pacchetti retributivi esorbitanti, in primis l'ex CEO di Merrill Lynch che ha incassato ben 160 milioni di USD, mentre molti suoi ex dipendenti perderanno il posto di lavoro e molte aziende clienti si troveranno sull'orlo del fallimento a causa di prodotti strutturati "capestro" in cui la banca li aveva fatti investire.

Ora come allora, questo e', a mio avviso, l'aspetto piu' grave di queste crisi che si susseguono a cicli sempre piu’ ravvicinati. Azioni del genere, che messaggio trasmettono ai giovani brillanti, visto che queste cifre sono superiori a quanto la maggior parte degli imprenditori guadagna creando un'azienda di successo?
C'e' chi ha detto che in realta' il compenso di fine carriera del CEO di Merrill Lynch erano soldi piu' che dovuti in quanto basati su azioni "vested" o compensi di lungo periodo gia' maturati. Ritengo che non ci sia nulla di piu' errato. A mio avviso invece di fare leggi complesse che arricchiscono i consulenti, e di gravare la comunita' del costo dei vari meccanismi di controllo, si riuscirebbe meglio a prevenire il reiterarsi di queste crisi applicando ai "compensation package" dei CEO delle grandi aziende regole simili a quelle applicate nelle operazioni di Venture Capital per i soci operativi.

Prima di tutto i CEO responsabili dei disastri finanziari dovrebbero poter essere rimossi per giusta causa e non intascare un singolo quattrino (applicando la classica clausola di "bad leaver"), oltre che a ricevere un’azione di responsabilita'. E poi dovrebbero ricevere una grossa parte della loro stock compensation, prolungando il periodo di vesting oltre il loro mandato. Quindi, anche in caso di performance aziendale positiva, e' assurdo riconoscere immediatamente al manager uscente tutto il valore dell'azione, perche' magari il titolo crollerà sei mesi dopo la sua uscita.

Bisognerebbe invece prolungare i tempi di liquidazione dell’azione, in questo modo, il manager colpevole di mala gestio, si vedrebbe coinvolto in maniera attiva con ripercussioni significative sul proprio portafoglio. L’attuale sistema remunerativo invece, alimenta una specie di "escrow", anche questo classico delle operazioni di VC e di M&A.
E' vero infatti che i 160 mio. di USD del Ceo di Merrill Lynch erano in gran parte dovuti al controvalore di azioni vested, ma e' ancora piu' vero che questo valore era dovuto all'aumento temporaneo del titolo, lievitato appunto grazie alle illusioni di crescita generate dalle varie operazioni "strutturate" che hanno poi scatenato la crisi. Andate a controllare quanto vale adesso lo stock di Merril Lynch e sono sicuro che sara' difficile controbattere la mia tesi.

Da ultimo, ritengo che i poteri dei CEO vadano rivisti e limitati. Magari le singole operazioni "off balance sheet" possono rimanere di competenza di un CEO, ma il potere decisionale su aggregati di operazioni con importi complessivi cosi' ingenti, dovrebbero essere demandato al CDA.
Ultimo punto: nelle due grandi banche USA dove i CEO sono stati rimossi, i Chairman sono stati incaricati di trovare il nuovo CEO.

Scusate: ma non erano loro quelli che avrebbero dovuto vigilare anche sull'operato di quei CEO che poi sono stati licenziati? Una buona corporate governance non dovrebbe piuttosto prevedere che l'assemblea faccia decadere l'intero consiglio, attivando un'azione di responsabilita' per mancata vigilanza. Inoltre la ricerca del nuovo CEO non dovrebbe essere coordinata da un Chairman di fresca nomina?
Sarebbe interessante vedere quanto hanno guadagnato i Chairman, e gli altri non executive director, a causa della pessima gestione dei CEO licenziati (o forse e' meglio dire "grazie" alla pessima gestione...).

Trovo anche singolare che quest'ultimo punto, a quanto mi risulta, non sia mai stato sollevato in modo preciso dalla stampa internazionale. Chissa' perche'...?